IL DESIGN NELLA DEMOCRAZIA URBANA: QUESTIONE DI SOPRAVVIVENZA?

Le dinamiche urbane dissezionate da John Thackara e Sunil Abraham, domande e risposte sull’anatomia delle città

di John Thackara + Sunil Abraham

Quale è il ruolo del design nel creare una città democratica?
JT. Ogni città è parte di una più ampia ecologia che include l’estrazione di risorse, l’uso dell’energia, l’impatto ambientale, la movimentazione dei rifiuti e i network sociali. Le regole che governano il funzionamento – o il mal funzionamento – di questa più ampia ecologia sono guide politiche nate da un’epoca in cui si poteva bruciare carburante fossile a basso costo ignorandone le conseguenze ecologiche. Quell’epoca è ormai finita, e il trend eco-cida delle sue politiche e del suo sviluppo economico è diventato un ostacolo alla sopravvivenza. Oggi, l’unica funzione significativa che il design può avere è aiutare la gente a trasformare le modalità con cui si ottengono cibo, energia, materiali, ed acqua – sia nelle città sia al di fuori. Questo tipo di design è chiaramente “politico” dal momento che si oppone all’esigenza della società industriale di avere accesso a risorse illimitate in un mondo dalle capacità di sostegno finite. Ma ecodesign – e quindi ecopolitica – vuol dire trovare nuovi modi di abitare, non nuovi modi per organizzare le istituzioni di governo.

SA. Lo stato e le istituzioni giuridiche possono costruire o distruggere la città democratica, formulando e applicando una determinata linea politica. Un esempio: i progettisti di opere pubbliche, quali i sistemi di trasporto, determinano la mobilità della porzione più povera della popolazione, che a sua volta determina il grado di partecipazione alla vita finanziaria e politica nella città.
Esiste oggi una nuova dimensione, di alcuni aspetti del governo, dovuta alla rivoluzione digitale; la partecipazione al mercato e alla governance dipendono ora dal design della “città dell’informazione”. Laddove il governo cittadino o nazionale basa le sue infrastrutture su software e standard d’utilizzo ottenuti su licenza, tecnologie di sorveglianza e censura, si ha, di conseguenza, una minore democrazia. Al contrario, il Wi-Fi ad accesso pubblico, gli internet café, le connessioni a banda larga offerte dal comune ed altre forme di accesso condiviso hanno un effetto democratizzante sulle città.
Quali sono le azioni necessarie per creare una città tollerante e aperta a tutti?
JT. La spinta verso la chiusura e la privatizzazione – della conoscenza e delle risorse dell’ecosistema, così come dello spazio pubblico – ha origini lontane nel tempo ma oggi l’attacco al popolo è più violento. La soluzione non è discutere amabilmente sulla tolleranza e sulla governance cittadina. La risposta è dimostrare, nella pratica, che l’apertura e la collaborazione portano ad una maggiore probabilità di sopravvivenza.
I sistemi di distribuzione alimentare di una città sono un ottimo punto di inizio: la coltivazione negli spazi pubblici, la condivisione di conoscenza sui metodi di preparazione e conservazione, l’organizzazione di feste aperte all’intera comunità per consumare quel cibo sono passi pratici e di facile applicazione capaci di produrre vantaggi in poco tempo e a più livelli.
SA. Tolleranza verso tutto ed apertura verso tutti non sono principi universalmente accettati. È per questa ragione che la globalizzazione pone nuove complicazioni. La maggior parte delle religioni predica teoricamente la tolleranza, ma nella pratica la religione può essere molto oppressiva: in Malesia – così come in Cina e in India – due amanti Mussulmani che organizzano un incontro romantico in un hotel possono venir arrestati ed umiliati pubblicamente dalla polizia (in India, questo avviene per mano dei fondamentalisti Indù).
Cosa mi colpisce è che il mondo digitale sembra avere una maggiore accettazione della diversità; l’anonimato e la privacy offerti da internet, o dagli spazi d’emergenza e rifugio delle tante comunità on-line o off-line, hanno contribuito a questo. Ora la domanda è: come può una città reale e fisica offrire gli stessi sistemi e luoghi di rifugio?
La città, i suoi tempi e la distribuzione delle funzioni fino a che punto possono condizionare i comportamenti dei cittadini?
JT. Velocità e lentezza non sono scelte di vita: il nostro stile di vita non diventerà sostenibile solo perché abbiamo deciso, come singoli individui, di “rallentare”. La lentezza sarà, in un certo senso, imposta dagli eventi: l’aumento continuo dei costi dell’energia, ad esempio, porterà ad una mutazione molto più efficace di quanto non possa fare il cambiamento dei comportamenti. Sostenibilità non significa che veloce è male e lento è bene, anzi alcune forme di velocità, quali il feedback o l’impiego di soluzioni più leggere, sono invece desiderabili.
Pensiamo al vaccino anti-polio: si è diffuso in tutto il mondo in pochi anni. Questo significa che noi dobbiamo rinnovare i nostri sistemi con la stessa rapidità, quindi, in ambito di sostenibilità, questo significa scambiare, quando programmiamo a livello urbano, le parole “più veloce” con “più vicino”.
Spostare corpi e prodotti velocemente è male, muovere l’informazione velocemente è bene. La comunicazione senza fili riveste qui un ruolo importante: può ridurre la distanza tra le persone che necessitano di qualcosa e quelle che possono rispondere a quella necessità.
SA. La sola velocità non garantisce efficienza: talvolta è meglio fare meno. Ricordiamo che il ritmo di una città è spesso determinato dalle relazioni economiche tra coloro che hanno le risorse e coloro che non le hanno. Questo si applica sia al costo dell’utilizzo di proprietà intellettuali e risorse non tangibili, sia al costo dell’affitto di proprietà fisiche: lo schema che si ripete è che i poveri sono costretti ad una vita più frenetica, mentre i ricchi possono permettersi di acquistare l’ozio. In un villaggio del Vietnam, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (International Fund for Agricolture Development, o IFAD) ha cercato di introdurre un offerta comprendente prestiti e diritti per colture per la vendita immediata, progetto che avrebbe richiesto un ulteriore carico di lavoro manuale da svolgersi nel pomeriggio. Gli abitanti del villaggio hanno rifiutato dicendo che nel pomeriggio preferivano giocare a pallavolo.
Una distribuzione più equa delle risorse permette ad una città a trovare un proprio ritmo specifico.
JT. Esatto: in vista di un’economia sostenibile condivideremo risorse – come il tempo, le capacità, i software, o il cibo – attraverso un network di comunicazioni. I network senza fili hanno la capacità di potenziare i sistemi di condivisione già esistenti – come ad esempio i Local Economy Trading Schemes (LETS) in Europa.
SA. In India già da 500 anni esistono sistemi circoscritti di baratto e di scambio non monetario, come ad esempio lo Jogjami: un sistema di distribuzione cooperativa, di nome Angaria, che vuol dire “molte piccole dita”, permette alla gente di spedire beni a grandi distanze senza alcun costo.
Molte città investono nella qualità della propria architettura per mostrare al mondo un volto attraente e vivo. Alle grandi firme e alle grandi opere è affidato il compito di comunicare la centralità e la capacità dei centri urbani di attrarre funzioni di qualità. Ma non sempre l’immagine di una città dinamica rivela altrettanta capacità di dare spazio ai fermenti creativi dei propri cittadini.
JT. Trova una città con una “immagine dinamica” e sarai di fronte ad una città non sostenibile. “Dinamico” di solito significa edifici ad alto livello d’entropia, speculazioni finanziarie su vasta scala e un grado di partecipazione sociale molto ridotto. D’ora in avanti le città più interessanti saranno quelle in cui i cittadini sono capaci di investire energia e creatività nella “riabilitazione” degli specifici ecosistemi del luogo. Questo approccio spesso richiederà un impiego flessibile o più intenso delle infrastrutture esistenti, anziché la costruzione di edifici simbolo; talvolta questo approccio significherà non costruire nulla, niente di niente. Per vivere in maniera sostenibile abbiamo bisogno di porre più valore sul “qui ed ora”: si origina molta distruzione con un design ossessionato dall’ “oltre e dopo” – e dal “dinamico”.
SA. Innanzitutto, il grado di dinamismo delle città si può riscontrare nel settore del sommerso che, in molti paesi in via di sviluppo, raccoglie il 70% degli occupati. È qui che i limiti e le regole della legalità, della tecnologia e del mercato vengono sfidati e ridefiniti nella pratica quotidiana.
In secondo luogo, l’economia sommersa ha un’infrastruttura molto più leggera: sistemi tradizionali basati interamente sulla fiducia, come Havala, hanno una minore Carbon Footprint perché non esiste burocrazia, non esistono sistemi di informazione gestione, non esistono tracce di revisione e via dicendo. Lo stato esercita pressione per monitorare tutte le transazioni, basandosi sull’assunto che sistemi complessi di contabilità, di monitoraggio e di valutazione potrebbero e dovrebbero sostituire le relazioni di fiducia costruite nella vita reale. La cosiddetta guerra contro il terrorismo ha messo in pericolo questo tipo di sistemi tradizionali, ma nella maggior parte dei casi i sistemi sommersi sono migliori, più rapidi e meno costosi della loro alternativa ufficiale. Per esempio: i trasferimenti di valuta sul network globale Havala sono istantanei, cosa quasi impossibile col sistema bancario legale. In termini di scala, il network Havala è responsabile della movimentazione di una grossa porzione dei pagamenti di migranti legali ed illegali in tutto il mondo. Una cifra che l’IFAD ha stimato come pari a circa 400 miliardi annui.
Infine, nei paesi in via di sviluppo, le micro-economie ai margini dei mercati tradizionali, come le donazioni, il baratto, le comunità e cooperative informali sono più efficaci, nell’affrontare problemi di sviluppo sociale, rispetto ai classici interventi di sviluppo. Per esempio, per le persone affetta da HIV/AIDS, l’assistenza medica a domicilio è meno cara e più efficace che non l’ospedalizzazione.
Mi piacerebbe molto che le pratiche e i settori informali e tali micro-economie fossero più elogiate.

A quale livello è necessario operare perché una città europea possa effettivamente esprimere la propria potenzialità creativa?
JT. Sopravvivenza. Dico sul serio! Tra non molto ci toccherà essere creativi per mangiare. La World Bank ha individuato 33 nazioni a rischio di sommossa sociale a causa dell’aumento dei prezzi del cibo. A noi del nord piace pensare che questo non potrà mai succederci ma non riesco a togliermi dalla mente che i supermarket hanno in magazzino scorte sufficienti per soli tre giorni… o così dicono. Il sistema di distribuzione è così inefficiente e sbagliato che non se ne rendono neppure conto.
SA. Credo che la trasformazione dei comportamenti porterà ad una maggiore creatività in Europa. L’individualismo di stampo occidentale ha bisogno di essere riesaminato perché ormai non ci rimane molto del pianeta da sfruttare e condividere proprietà intangibili come software, film, musica e libri non è più sufficiente. Per ridurre la Carbon Footprint collettiva dobbiamo intensificare anche la condivisione di proprietà tangibili.
Grazie ad Internet e alle tecnologie mobili è ora possibile condividere la proprietà tangibile in modo molto più intenso sia nello spazio che nel tempo, ma la tecnologia non è sufficiente, perché l’individualismo deve fare posto a sistemi tradizionali basati su fiducia e creatività.
JT. Dobbiamo sfuggire dall’assurda idea che la “creatività” sia una professione specializzata limitata a persone come architetti e consulenti di pubbliche relazioni. Per trovare la vera creatività, andate nelle bidonville dell’Asia: troverete immense creatività sociale e commerciale. Lì non esistono network formali (e quindi costosi) per il supporto tecnico e la manutenzione, come quelli che abbiamo al nord, e la gente si affida ad espedienti temporanei, o “jugaads”, realizzati da tecnici fantasiosi e ingegneri tuttofare che fanno funzionare motori, tubi catodici, compressori e altro ancora. L’ironia è che la burocrazia in Asia vuole eliminare questi cosiddetti imprenditori da strada, quando sono certo che saremo noi ad avere bisogno di sistemi come questi in un futuro neanche troppo lontano.
Spesso nelle città europee c’è una visione della cultura come funzione essenzialmente pubblica, emancipata dalla logica del mercato. Questo assunto rischia però di svalutare ogni forma di espressione spontanea se non addirittura a scoraggiarla con regolamenti e burocrazia, o impedirla del tutto. Non sono certo che la cultura formale sia libera dalla logica di mercato, neppure in Europa.
Quasi la metà delle persone che visitano il British Museum di Londra si fermano al caffè e fanno shopping nel negozio di souvenir senza neppure visitare le mostre d’arte, così in molti altri luoghi della cultura negozi e ristoranti sono importanti fonti di rendita, ed una parte significativa dell’intera esperienza del visitatore. È forse un crimine contro la cultura? Non credo: la gente mangia e commercia oggetti anche ai festival pagani. La sfida più grande sta nel fatto che la città nella sua totalità – non solo negli angoli della cultura – è diventata luogo di spettacolo e consumo anziché di lavoro e scambio.
SA. La domanda non mi è del tutto chiara. L’atto del produrre cultura e la sua distribuzione da parte di comuni cittadini sono atti rigorosamente controllati da sistemi legali e tecnici. Vediamo per esempio la gestione dei diritti digitali e le restrizioni per le radio comunitarie. Lo stato di solito usa il protezionismo culturale per interferire coi diritti dei cittadini.
Negli ultimi decenni sono state promosse molte pratiche per promuovere il coinvolgimento e la condivisione dei cittadini nella trasformazione urbana. Si tratta molto spesso di azioni finalizzate alla costruzione del consenso su decisioni assunte a priori rispetto ai processi partecipati. A prescindere dall’efficacia di tali iniziative, esse rivelano un sempre maggiore distacco dei cittadini rispetto ai processi decisionali. Condividete questo giudizio? Come si potrebbero incoraggiare forme di partecipazione più spontanee?
JT. Hai ragione: la maggior parte di ciò che accade durante la “consultazione” per lo sviluppo dei grandi progetti è una vergogna, e lo sanno tutti. Vorrei aggiungere che molti degli sviluppi meno democraticamente condivisi – e più eco-cidi – sono incoraggiati da visioni nate dal design. Questo ci porta al cuore della dimensione politica.
SA. Sì, questo è vero in moltissimi casi. A Nuova Delhi la corte suprema sta cercando di bandire la vendita di cibo nelle strade, ed il governo ha spostato molte bidonville verso la periferia della città, in preparazione ai Giochi del Commonwealth. Dobbiamo ri-progettare le classiche società per azioni e le partnership tra pubblico e privato in modo che si operi una distinzione tra i voti dati dalle organizzazioni che rappresentano la minoranza di elite e quelli dati dalla maggioranza povera. Nel design urbano, progetti di “crowdsourcing” possono offrire l’ambiente adatto alle forme di partecipazione spontanea. Il “crowdsourcing” si basa sul principio che il contributo di molte braccia rendono il lavoro più leggero. Solitamente, un lavoro voluminoso e complesso viene spezzettato in compiti più piccoli e quindi completato da un grande numero di volontari.
Diversi esempi di nuove città sostenibili, come BedZED e Dongtan Eco-City, puntano principalmente ad incidere sui comportamenti degli abitanti, limitare gli spostamenti, attivare meccanismi di emulazione e controllo sociale che incentivino un comportamento virtuoso. Le stesse tipologie edilizie e i modelli estetici così razionalmente progettati prefigurano città fortemente omologate se non addirittura uniformi. Si tratta di uno scenario forse inevitabile e sicuramente un po’ spaventoso. Com’è possibile conciliare lo spazio espressivo individuale con la necessità di comportamenti più rigorosamente compatibili con l’ambiente?
JT. Ciò che rende questi modelli “ecologici” non è l’aspetto estetico, ma anzi il modo in cui organizzano lo spazio e il tempo, permettendo un flusso di energia e di materiali. Secondo me, il problema non risiede nel rischio di uniformità, ma nel fatto che questi modelli non possono essere tradotti in scala globale. Il progetto Masdar di Foster, ad Abu Dhabi, è un esempio limite del problema: sì, Masdar sarà una nuova eco-città, ma sarà anche una comunità a porte chiuse, riservata ad una elite di ricchi. I 50.000 futuri abitanti di Masdar hanno in media 17 milioni di dollari pro capite e i loro concittadini sono responsabili di più emissioni di gas che incrementano l’effetto serra di qualsiasi altra popolazione al mondo (fatta eccezione di David Beckham e John Travolta).
I vari Masdar e BedZed sono utili campi di prova, ma non l’idea di costruire delle repliche per 6 miliardi di persone non è praticabile.
Posti migliori per osservare modelli per il futuro sono, invece, le comunità marginali, dove la gente lavora e convive con servizi ed ecosistemi in maniera consapevole e creativa: un campione che ammonta a circa la metà dell’intera popolazione mondiale. Vivere ai margini vuol dire ricercare la sopravvivenza, non certo l’espressione individuale ma, nonostante questo, si tratta di contesti culturalmente ricchi sotto svariati altri aspetti.
SA. Questo mi ricorda una visita alla Singapore Management University durante la celebrazione della “Settimana Bohemienne”. Ad ogni studente era stata data una piastrella di circa 30×30cm presa da un muro graffitato. Questa sorta di “souvenirismo”, teso unicamente all’espressione individuale, non ha alcun senso. Allo stesso tempo, pratiche eco-compatibili elaborate dal potere centrale possono rivelarsi meri pretesti per spostare e marginalizzare la popolazione povera. Per esempio, la maggior parte dei progetti di conservazione della fauna locale trasformano le popolazioni indigene delle foreste in abitanti di slum. La chiave della sostenibilità è la conoscenza del design specifico del luogo, una cosa che è per definizione incompatibile con l’uniformità e la standardizzazione su larga scala.
La standardizzazione e l’uniformità, come la devozione per l’igiene della civiltà occidentale ha un grosso costo sull’ambiente: l’effetto collaterale della super pulizia é la super sporcizia.
Il nuovo ordine mondiale sembra aver generato un’inarrestabile accelerazione della corsa verso le città. Come si può intervenire per fermare la crescita delle megalopoli? Ciò che cercano gli emigrati può essere trasportato fuori, estendendo così l’effetto urbano? È possibile attenuare le esternalità negative delle megalopoli?
JT. Io non credo che le città continueranno a crescere.
La corsa verso la città arriverà ad una brusca fermata quando i sistemi ad alto livello di entropia che la alimentano cominceranno a degradarsi. Oggi è meglio essere poveri in una grande città che fuori, ma questo equilibrio cambierà – e velocemente – con il fatto che nelle città la sopravvivenza diventerà sempre più difficile. Lascereste la campagna per andare in una città piena di supermercati vuoti e resse di gente disperata? Inoltre, non dimentichiamo che la comunicazione mobile sta trasformando le dinamiche dell’economia del sostentamento in molte regioni in via di sviluppo.
SA. Sono d’accordo, anche se non sono così sicuro che avverrà bruscamente. È vero che il luogo, un tempo, determinava il grado e la misura della partecipazione, sia nella governance che nel mercato. Ma l’ascesa di Internet e delle tecnologie mobili ridurranno il richiamo delle città. Tuttavia, come esseri umani, le interazioni in prima persona continueranno ad essere importanti. La soluzione, però, non è spostare i migranti verso le periferie. Fermare la crescita delle megalopoli richiede una modifica in quella visione miope che vede la città al centro delle politiche e dei progetti. Speriamo che Internet e la tecnologia mobile amplifichino la domanda delle popolazioni povere nei contesti rurali, in modo tale da arrivare ad una maggiore condivisione di risorse e attenzione.

fonte: cluster, n°7 anno 2008

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