I gesti ci aiutano a pensare meglio!

Dall’Archivio storico del Corriere della Sera,
Vigna Simona e Oliverio Alberto, pagina 23 (10 gennaio 1999):

Nuove ricerche negli Stati Uniti rivalutano una caratteristica delle popolazioni latine, cioe’ il gesticolare mentre si parla, scoprendo valori insospettati.
I gesti ci aiutano a pensare meglio e arricchiscono di emozioni le nostre parole.

Nuove ricerche negli Stati Uniti rivalutano una caratteristica delle popolazioni latine, cioe’ il gesticolare mentre si parla, scoprendo valori insospettati I gesti ci aiutano a pensare meglio Non si porta avanti una conversazione solo a parole. Non basta muovere labbra e lingua: l’ uso di mani, dita e braccia e’ altrettanto importante. Lo sappiamo bene noi italiani, universalmente riconosciuti come il popolo che piu’ di tutti sfrutta la gestualita’ per esprimersi. Ma perche’ ci serviamo dei gesti quando parliamo? La domanda, per anni al centro di ricerche e studi di neurologia e psicologia, e’ diventata il titolo di un articolo scientifico appena uscito, dove si traggono le conclusioni degli ultimi esperimenti a riguardo. Parole e gesti vanno, per cosi’ dire, a braccetto, ci rassicurano gli scienziati. A differenza di quanto si poteva credere, pero’ , le manovre aeree a cui sottoponiamo i nostri arti superiori durante una conversazione non servono semplicemente a comunicare meglio i concetti a chi ascolta. Sembra piuttosto che la gestualita’ aiuti chi parla a pensare e a formare meglio le parole. Secondo Robert Krauss, autore dell’ articolo pubblicato su Current Direction in Psychological Science e professore di psicologia alla Columbia University, certi segni, che inconsciamente tracciamo per aria mentre parliamo, ci aiutano a recuperare le informazioni, ovvero le parole, racchiuse nella parte del cervello addetta alla memoria. “I gesti – sostiene Krauss – precedono quasi sempre le parole anziche’ seguirle. Qualche volta le precedono addirittura di un secondo o due. E questo sembra consistente con il fatto che i primi ci permettano di accedere piu’ facilmente alle seconde”. Cio’ non significa che i gesti non servano anche a comunicare ulteriori informazione. Come quando usiamo le parole per esprimere una direzione e le accompagniamo col relativo segno. Altre volte, secondo Krauss, i gesti possono aiutare a mantenere il ritmo di un discorso. Ma una serie di esperimenti, alcuni dei quali pubblicati di recente sulla rivista Nature, hanno convinto i ricercatori che, in certi casi, la formulazione dei pensieri sia direttamente interconnessa alla gestualita’ . “Ritengo che nel cervello ci siano legami stretti tra linguaggio e aree motorie – sostiene Jana Iverson, psicologa all’ Universita’ di Chicago. In uno di questi test, ad esempio, Iverson ha trovato che soggetti non vedenti tendono a usare i gesti tanto quanto chi vede -, un dato che sembra confermare come l’ uso dei segni non sia qualcosa che si acquisisce osservando gli altri. In un secondo esperimento, poi, e’ stato messo in rilievo che bambini privi della vista fin dalla nascita abbinano parole e gesti anche se sanno che chi ascolta e’ non vedente come loro. Da qui la conclusione che i gesti non servano tanto a chi ascolta quanto a chi parla. Ben lungi dall’ essere soddisfatti, gli scienziati sono intenzionati ad approfondire ulteriormente questo genere di ricerche: studiare la maniera in cui ci esprimiamo aiuta a capire meglio anche il funzionamento del cervello. Il passo successivo del professor Krauss riguardera’ l’ applicazione di queste conclusioni a chi ha sofferto di ictus: l’ uso dei gesti sembra possa aiutare questi pazienti a superare i problemi associati alla perdita di memoria. Inoltre, mancano ancora spiegazioni scientifiche del perche’ certe popolazioni si servano dei gesti molto piu’ di altre. “Quel che e’ certo – racconta Iverson – e’ che tutti noi abbiamo in comune questa stretta correlazione tra segni, linguaggio e pensiero. L’ uso delle mani deriva forse dal tipo di cultura in cui viviamo. Gli italiani le useranno di piu’ , i cinesi o i giapponesi di meno. La tendenza di base resta comunque quella di accompagnare la conversazione con i gesti”.
Simona Vigna

E arricchiscono di emozione le nostre parole Nella cultura anglosassone la comunicazione gestuale era stata in passato repressa Le origini della gestualita’ umana sono molto antiche, precedenti l’ uso del linguaggio parlato. I gesti, infatti, rappresentano una vera e propria attivita’ prelinguistica ed essi hanno contribuito a strutturare il nostro cervello in due emisferi ben distinti, il sinistro e il destro, dotati di caratteristiche differenti: il sinistro e’ prevalentemente responsabile del linguaggio e delle attivita’ logico – razionali, il destro dell’ emozione, della capacita’ di cogliere i messaggi nella loro globalita’ , delle attivita’ creative e musicali. La comunicazione gestuale e verbale e la loro localizzazione a sinistra sono un prodotto del lungo processo evolutivo che ha portato la specie umana a adottare la postura eretta: lo stare in piedi ha infatti “liberato” le mani, rendendole disponibili per la manipolazione degli oggetti e per la comunicazione gestuale. A sua volta, in una specie di circolo virtuoso, la comunicazione attraverso i gesti ha contribuito al potenziamento delle caratteristiche dell’ emisfero sinistro, com’ e’ anche evidente dagli studi sui primati non umani. I macachi e altre scimmie antropomorfe usano infatti i gesti per comunicare: questa forma di comunicazione non verbale e’ controllata dall’ emisfero sinistro, come indica la PET, la tecnica che consente di visualizzare quelle parti del cervello che sono piu’ attive in rapporto a un particolare comportamento. Gesticolare, nelle scimmie come negli esseri umani, comporta dunque una prevalente attivazione di alcune aree dell’ emisfero sinistro. Si tratta di aree diverse rispetto a quelle responsabili del linguaggio parlato ma pur sempre localizzate a sinistra: esse sono vicine a quell’ area (la corteccia di Broca) in cui sono depositate le memorie linguistiche di tipo motorio, cioe’ gli schemi muscolari che fanno si’ che attraverso opportuni movimenti dei muscoli facciali, della lingua e della glottide gli esseri umani pronuncino quei suoni che compongono una parola. Comunicare verbalmente, in ultima analisi, significa quindi attivare schemi motori e, ovviamente, riconoscere quelle sequenze di suoni che formano le parole, vale a dire a memorie di tipo sensoriale. Le parole non corrispondono pero’ soltanto a quegli schemi motori che si traducono in appropriate vocalizzazioni, il linguaggio orale, ma anche agli schemi motori di gesti che traducono un concetto astratto in modo concreto: a esempio, un bambino piccolo che pronunci la parola “grande” puo’ anche compiere un gesto, quello di allargare le braccia, indicativo della dimensione dell’ oggetto che puo’ racchiudere tra le braccia aperte. Un oggetto “piccolo” puo’ invece corrispondere al breve spazio racchiuso tra il pollice e l’ indice estesi e via dicendo. In altre parole, la comunicazione dipende da un doppio codice iscritto nel nostro cervello: gli schemi motori delle parole che articoliamo vocalmente e gli schemi motori dei segni, un linguaggio piu’ immediato, concreto e, ovviamente, limitato. Le ricerche basate sull’ uso di tecniche quali la PET hanno infatti dimostrato che se si chiede a una persona di pensare (non di fare) un particolare gesto essenziale (ad esempio allargare le braccia per indicare un oggetto grande, fare un gesto di tipo interrogativo, mandare qualcuno a quel paese) nell’ emisfero sinistro si attivano sia le aree che codificano la motricita’ gestuale, sia le aree che codificano le parole corrispondenti. D’ altronde, pensate al vostro comportamento quando guidate l’ automobile e volete, ad esempio, indicare a un altro automobilista che ha i fari accesi: il gesto che compite con la mano, per indicare il lampeggio dei fari, si accompagna spesso alla parola che vi limitate a sussurrare o a pronunciare mentalmente: “i fari!”. La comunicazione gestuale e’ certo piu’ immediata ed essenziale di quella verbale: essa risale alla preistoria dell’ uomo, alla nostra infanzia, a una dimensione spesso emotiva. In numerose culture, qual e’ quella anglosassone, essa e’ stata repressa in quanto troppo “popolare”, spesso associata a espressioni e suoni rumorosi, tipica delle culture di origine latina, di un’ immigrazione meno colta e diversa rispetto alla cultura locale. Oggi che gli Stati Uniti assistono a un proliferare di culture diverse, in buona parte di origine latina, la comunicazione gestuale attira maggiore attenzione, anche da parte dei neuroscienziati e dei linguisti: ma i gesti e il linguaggio dei segni non guadagnano spazio soltanto per la loro valenza transculturale e per la maggiore disponibilita’ della cultura anglosassone nei riguardi delle emozioni ma anche a causa dell’ impatto della cultura dei fumetti (in cui i segni hanno un ruolo importante) e di quella informatica, ricca di codici di tipo gestuale come, ad esempio, gli “emoticon” i simboli grafici usati nelle comunicazioni via internet per dare un volto a particolari inflessioni del discorso e stati d’ animo: cosi’ , per strizzare l’ occhio al mio interlocutore e dirgli che sono OK, traccio i segni ; – ) e : – ) (la seconda configurazione e’ talmente diffusa da essere automaticamente convertita dal computer nel segno J). Insomma, il linguaggio dei segni e quello degli emoticon, geroglifici dell’ era informatica, rimandano alle nostre antiche origini, all’ essenza della comunicazione ma anche a una dimensione emotiva che spesso la parola non riesce a esprimere con la stessa immediatezza.
Alberto Oliverio

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